Quando un governo criminalizza il dissenso è per nascondere la sua inefficacia.
Ci sono aspetti più che inquietanti nella gestione mediatica e politico-giudiziaria che ha fatto seguito al “fermo preventivo” di Youssef Siher. Ancor prima che la Procura comunicasse formalmente i reati contestati, la macchina della comunicazione si è mossa per etichettarlo istantaneamente come “militante ProPal”, deliberatamente a voler usare un’appartenenza politica come aggravante automatica e precedente ideologico.
Oggi, analizzando i capi d’accusa formulati dalla PM Francesca Crupi — tra cui l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e la nuovissima “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche” —, il quadro che emerge non parla di giustizia, ma di un preciso disegno politico e repressivo.
Basti pensare che il reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche” è stato introdotto da un decreto-legge varato il 22 ottobre, appena due giorni prima del fermo: un’applicazione a tempo di record che profuma più di collaudo normativo e di operazione di marketing politico a sostegno dell’esecutivo che di tutela dell’ordine democratico.
D’altra parte, l’imputazione di istigazione a delinquere aggravata dal terrorismo appare come una forzatura evidente, costruita per giustificare e prolungare una misura restrittiva che, nei fatti, non poggia su basi solide: i contenuti circolati in rete dalla pagina “Movimento 17 Ottobre” non reggono un simile castello accusatorio, specie se confrontati con la mole di incitazioni ben più gravi e tollerate che affollano quotidianamente il web. Il tentativo di cucire addosso a un ricercatore l’etichetta del pericolo eversivo o del presunto legame con canali di finanziamento esterni ricalca stancamente il copione di una logica da Guerra Fredda, utile solo ad alimentare una strategia della tensione permanente.
Come evidenziato lucidamente da un’analisi critica di Milano in Movimento (in un articolo dal titolo emblematico: “Youssef Siher non è la mente del movimento 17 ottobre e il giornalismo italiano ha un enorme problema”), la narrazione mainstream soffre (o finge di soffrire) di una patologica incapacità di comprendere i fenomeni sociali dal basso.
Da decenni, stampa e televisioni mostrano la costante necessità di trovare a tutti i costi il “grande vecchio”, la “mente raffinata” o il burattinaio occulto dietro ogni sussulto collettivo, pur di non ammettere l’evidenza: i movimenti nascono prima di tutto dai bisogni reali, dalle tensioni materiali e dalle disuguaglianze.
Il terrore che ha spinto centinaia di negozi a effettuare una serrata preventiva, blindando le vetrine e oscurando le insegne, non è nato spontaneamente dalle pagine Instagram o dai canali Telegram del cosiddetto “Movimento 17 ottobre”. È un terrore che ha viaggiato sui circuiti istituzionali, alimentato ad arte dalle dichiarazioni allarmistiche dei rappresentanti di governo e delle questure. Si è costruito un piano criminale e un’emergenza laddove c’era semplicemente la rabbia sociale di un paese in sofferenza.
Il motivo di questa messinscena repressiva è chiaro se si sposta lo sguardo sulle vere emergenze del Paese, rispetto alle quali l’esecutivo sceglie la via dell’inazione o della propaganda. Sul fronte del caro-energia, il governo di fatto non fa nulla di strutturale, abdicando a ogni reale intervento pubblico e lasciando fare il bello e il cattivo tempo ai colossi fossili.
Come denuncia un’inchiesta di ReCommon, l’esecutivo si affida a mance spot e a “sconti” volontari concessi dai colossi dell’energia (come il tetto temporaneo ai prezzi sbandierato da ENI in seguito alle pressioni governative): una mossa di pubbliche relazioni che serve a evitare l’introduzione di una vera, sacrosanta tassa sugli extra-profitti miliardari accumulati dalle multinazionali del settore sulla pelle dei cittadini. Di fronte a utili netti raddoppiati e a speculazioni legate alle crisi internazionali, la presunta “beneficenza” dei giganti fossili serve solo a coprire l’immobilismo dello Stato, che rinuncia a tassare chi guadagna sulla crisi per non scontentare gli azionisti.
Parallelamente, la gestione delle proteste del mondo produttivo e rurale rivela lo stesso identico schema di facciata. Di fronte alle proteste degli agricoltori, il governo ha sbandierato l’arrivo di nuovi fondi e risorse, ma un’attenta verifica dei provvedimenti (come documentato da Pagella Politica) smaschera il classico “gioco delle tre carte”: per stanziare quei presunti aiuti, l’esecutivo ha semplicemente attinto o tagliato risorse già previste per la stessa categoria da precedenti decreti mai attuati, oppure ha sottratto fondi ad altri capitoli di spesa interni al settore. Soldi dati da una mano e tolti dall’altra.
Quando uno Stato non è in grado — o non vuole — dare risposte al caro-vita, al collasso energetico e all’impoverimento generale, l’unica alternativa che gli rimane è criminalizzare la protesta, disinnescare il diritto a manifestare e trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico. Dal Giardino Liberato, la nostra risposta non può che essere la difesa irriducibile dei diritti collettivi, della solidarietà e della verità materiale delle cose contro ogni fabbrica della paura.



















